Coronavirus: incomprensibile rinvio dell’apertura delle imprese che operano nel restauro

In vista dell’avvio della fase 2, Confartigianato Restauro giudica incomprensibile la reiterazione del blocco dell’attività per le imprese del restauro. Parliamo di quasi 4.000 imprese e tra i 10.000 ed i 12.000 addetti del settore, fermi da due mesi e senza alcuna prospettiva di ripresa della loro delicata funzione di restauro dei Beni Culturali che sono tra gli asset del Pil del turismo culturale con un peso del 33% sul totale del Pil dell’economia turistica italiana.
Le imprese del restauro, operando prevalentemente in laboratori già disciplinati da norme molto stringenti sulla sicurezza sul luogo di lavoro o in spazi aperti, già lavorano in condizioni di sicurezza e si adeguerebbero comunque alle ulteriori indicazioni emanate dal Governo.
Bisognerebbe, altresì, sciogliere il nodo dell’appartenenza delle suddette imprese al codice ATECO 90.03.02 e considerati dall’Inail come codice 90 e riconosciuti come attività creative, artistiche e di intrattenimento e non come, a rigor di logica, sarebbe auspicabile nel codice ATECO 74 “Altre attività professionali, scientifiche e tecniche (74.9)” chiedendo di essere inseriti nell’elenco delle riaperture previste per il 4 maggio.
Confartigianato Restauro confida in una pronta risoluzione della questione da parte del Governo di concerto con il Ministero per i Beni e le attività culturali e per il turismo, per evitare la dispersione di maestranze e la chiusura di imprese strategiche per la tutela e la conservazione dell’enorme patrimonio culturale italiano.

Confartigianato Imprese Veneto
COVID – 19 Illogico equiparare restauro e spettacolo. Intero impianto DPCM andrebbe cambiato oggi stesso 

Le imprese di restauro di beni culturali non potranno riprendere la propria attività da lunedì 4 maggio. Inquadrate principalmente con il codice Ateco 90.03.02 (ricompreso nella famiglia delle “attività creative, artistiche e di intrattenimento”) non risultano presenti tra i comparti dell’edilizia e dei lavori manutentivi indicati nell’ultimo DPCM emanato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte tra le prime attività a riaprire laboratori, cantieri e fabbriche.
Il governo si sta dimostrando illogico: sono stata contraria fin dal primo istante all’applicazione dei codici Ateco perché non sono una garanzia di sicurezza, ma danno semplicemente un indicazione sul settore merceologico di riferimento”, afferma l’assessore regionale al Lavoro Elena Donazzan.L’attività del restauratore è equiparabile a quella dei cantieri edili, e al tempo stesso, per la sua stessa tipologia, è sicuramente a minor rischio di contagio rispetto a molte altre attività per le quali è stata consentita la riapertura”.
Quando si incappa in un errore così grossolano – continua Donazzan – si comprende che l’intero impianto del DPCM andrebbe cambiato oggi stesso: il settore del restauro è tra i più nobili e strutturati del grande comparto dell’edilizia e merita un intervento immediato per porre rimedio a questa discriminazione“.
Siamo d’accordo con la Presidente Donazzan quando dice che l’applicazione dei codici ISTAT non garantisce con sicurezza l’appartenenza ad un settore merceologico specifico anche in virtù del recente riconoscimento della professione da parte del MIBACT e del fatto che molte imprese del settore non hanno ancora attivato il codice istat specifico del restauro lavorando in settori complementari come edilizia, legno, lavorazione del ferro ecc.commenta il Presidente dei restauratori di Confartigianato Imprese Veneto Alberto Finozzi. “Per quanto riguarda la sicurezza nei luoghi di lavoro l’attività di restauro è stata classificata a rischio medio basso dal documento tecnico recentemente pubblicato dall’INAIL; l’ambiente di lavoro può essere quello del cantiere edile, chiaramente con una componente di rischio inferiore rispetto all’edilizia, ma anche un laboratorio artigianale” continua Finozzi.
Proprio ieri abbiamo chiesto a Confartigianato Imprese chiarimento in merito alla riapertura delle aziende di restauro proprio perchè il codice istat non era contemplato nel dpcm del 26 aprile. La questione è stata segnalata al Gabinetto del Ministro che si è subito attivato. Attendiamo al più presto notizie in merito“. Conclude Finozzi.

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